Intervista all’autore de «Il silenzio dell’amore», un romanzo che attraversa le fragilità dei sentimenti, le parole non pronunciate e il difficile coraggio di amare.
Ci sono libri che raccontano una storia e altri che, attraverso quella storia, sembrano interrogare chi li ha scritti. Il silenzio dell’amore, pubblicato da Ambra Editions, appartiene a questa seconda categoria. Maurizio D’Agapito costruisce un universo di incontri, assenze e sentimenti inespressi, nel quale i personaggi sembrano custodire qualcosa di profondamente umano: il bisogno di essere amati, ma soprattutto quello di essere compresi. Abbiamo immaginato di incontrare l’autore per esplorare ciò che si nasconde dietro le sue pagine.
Maurizio, il suo romanzo si intitola «Il silenzio dell’amore». È un titolo che sembra contenere una contraddizione: siamo abituati a pensare che l’amore debba essere dichiarato, raccontato, continuamente dimostrato. Perché ha scelto proprio il silenzio?
Maurizio D’Agapito: Perché credo che trascorriamo una parte enorme della nostra esistenza parlando senza riuscire davvero a comunicare.
Diciamo continuamente «ti amo», «mi manchi», «ho bisogno di te», ma qualche volta queste parole diventano abitudini, formule rassicuranti che pronunciamo senza interrogarci più sul loro significato. Il silenzio, invece, ci mette davanti a noi stessi.
Non possiamo nasconderci dietro una bella frase o una spiegazione convincente.
Ma attenzione: nel romanzo il silenzio non è sempre una cosa positiva. Può essere abbandono, paura, incapacità di affrontare la verità. Può diventare persino una forma di violenza.
Esiste però un altro silenzio, quello di due persone che riescono a comprendersi senza dover continuamente spiegare ciò che provano. Forse questa storia nasce proprio da una domanda che mi accompagna da tempo: quante volte, nella nostra vita, abbiamo avuto accanto qualcuno che ci amava profondamente, senza accorgercene perché eravamo troppo occupati ad ascoltare noi stessi?
Riccardo Zimbaro è uno scrittore affermato, un uomo che conosce il successo, ma che improvvisamente perde la capacità di scrivere e di dare significato alla propria esistenza. Quanto c’è di Maurizio D’Agapito in Riccardo? È un personaggio autobiografico oppure rappresenta l’uomo che teme di diventare?
Maurizio D’Agapito: Credo che ogni autore lasci qualcosa di sé nei personaggi che costruisce, anche quando racconta vite completamente diverse dalla propria.
Riccardo non deve essere necessariamente letto come il mio autoritratto.
Ma certamente rappresenta una parte dell’essere umano che conosco bene: quella che desidera essere riconosciuta, apprezzata, amata. È un uomo intelligente, brillante, perfino affascinante.
Sa raccontare le emozioni degli altri, eppure fatica a comprendere le proprie. Ha bisogno del pubblico, dell’applauso, della conferma che arriva dall’esterno. E questo è il suo limite più grande.
Mi interessa molto la contraddizione tra ciò che un uomo mostra e ciò che realmente è. Possiamo costruire un’immagine meravigliosa di noi stessi e, contemporaneamente, sentirci terribilmente soli. Riccardo deve perdere qualcosa di importante per imparare a guardare ciò che aveva sempre avuto davanti agli occhi.
La sua pagina bianca, in fondo, non rappresenta soltanto un blocco creativo. È una vita che improvvisamente non sa più cosa raccontare.
E forse scrivere significa proprio questo: avere il coraggio di guardare anche dentro le nostre parti meno nobili, senza cercare continuamente di giustificarle.
Catia è probabilmente il personaggio più sorprendente del romanzo. È una giovane donna che non sente e non parla, eppure sembra possedere una capacità di comprendere gli altri superiore a quella di chi dispone normalmente della parola. Che rapporto ha costruito con lei durante la scrittura? E cosa le ha insegnato?
Maurizio D’Agapito: Catia è un personaggio al quale mi sento particolarmente legato.
Ma non vorrei che venisse interpretata come una figura perfetta, quasi angelica, soltanto perché vive una condizione diversa dalla nostra.
Catia ha paura. Ha conosciuto il dolore, porta dentro di sé ferite che non riesce sempre a condividere. Talvolta nasconde ciò che prova, proprio come fanno gli altri personaggi.
La sua forza non nasce dalla sordità. Nasce dalla persona che è diventata attraversando le proprie esperienze. Nel rapporto con Riccardo accade qualcosa che trovo molto significativo: inizialmente sembra che sia lui a offrirle un’opportunità, una casa, un lavoro, una nuova esperienza. In realtà sarà Catia a insegnargli una maniera diversa di abitare il mondo. Mi commuove immaginare Riccardo davanti allo specchio mentre cerca di imparare i segni per comunicare con lei. È un gesto apparentemente piccolo, ma contiene qualcosa di enorme: un uomo abituato a essere ascoltato decide finalmente di imparare la lingua di un’altra persona.
Se dovessi indicare ciò che Catia mi ha fatto comprendere, direi questo: amare non significa chiedere continuamente all’altro di entrare nel nostro mondo. Qualche volta significa avere il coraggio di entrare nel suo.
Monica è un personaggio complesso. All’inizio il lettore potrebbe giudicarla duramente per la sua scomparsa dalla vita di Riccardo, ma progressivamente emergono le sue fragilità e una diversa interpretazione delle sue scelte. Personalmente, Maurizio, lei riesce a perdonare Monica? E crede che sia possibile amare qualcuno facendogli del male?
Maurizio D’Agapito: Monica è forse il personaggio che più mi interessa dal punto di vista delle contraddizioni dell’amore. Quando una relazione finisce, quasi sempre cerchiamo un colpevole. Abbiamo bisogno di individuare qualcuno che abbia sbagliato, perché questo rende il dolore più comprensibile. Ma le relazioni umane raramente sono così semplici.
Monica è una donna che per molti anni ha costruito la propria identità anche attraverso lo sguardo degli altri. Ha amato Riccardo, lo ha accompagnato, sostenuto, ma progressivamente ha sentito di perdere qualcosa di sé. E poi c’è ciò che sceglie di non raccontare.
Non so se possiamo definire giuste tutte le decisioni che prende. Anzi, credo sia importante lasciare al lettore la libertà di discuterle. Personalmente, riesco a comprenderla più facilmente di quanto riesca ad assolverla. Si può certamente ferire qualcuno credendo di proteggerlo. Accade molto più spesso di quanto immaginiamo. Ma amare significa anche riconoscere all’altro il diritto di conoscere la verità e decidere autonomamente come affrontarla. Monica mi interessa proprio perché mette in discussione una convinzione romantica molto diffusa: che un gesto compiuto per amore sia, per questo solo motivo, necessariamente giusto.
Nel romanzo principale ne compare un altro, «Respiro musica», attraverso i personaggi di Gianluca e Maria Francesca. È una scelta narrativa particolare: da una parte una ragazza che vive senza poter ascoltare i suoni, dall’altra un giovane che costruisce la propria esistenza intorno alla musica. È un parallelismo voluto? E quanto è importante la musica nella sua sensibilità personale?
Maurizio D’Agapito: La musica mi affascina perché possiede una caratteristica straordinaria: può trasmettere emozioni anche quando non siamo capaci di descriverle.
Ho immaginato Gianluca come un ragazzo che sa far ballare le persone, che riesce a costruire atmosfere, a scegliere il brano giusto per ogni momento, ma che davanti ai sentimenti più importanti diventa improvvisamente incapace di esprimersi.
È una contraddizione che appartiene anche a Riccardo. E poi c’è Maria Francesca, che osserva, attende, custodisce parole che non riesce a pronunciare. Il parallelismo con Catia non riguarda semplicemente il suono e la sua assenza. Riguarda ciò che non diciamo.
In Respiro musica il silenzio è quello di chi potrebbe parlare e non trova il coraggio. Nella relazione tra Catia e Riccardo, invece, il linguaggio deve essere ricostruito attraverso altre possibilità.
Mi piaceva che queste due storie si incontrassero nella scrittura, quasi che i personaggi di un romanzo potessero insegnare qualcosa a quelli dell’altro.
La musica, del resto, non è fatta soltanto di note. È fatta anche delle pause che separano una nota dalla successiva. Senza quelle pause avremmo soltanto rumore. Forse nell’amore succede qualcosa di molto simile.

