L'inutile trasforma il desiderio in trappola e il benessere in illusione

L'inutile trasforma il desiderio in trappola e il benessere in illusione

L’economia dell’inutile: consumo, desiderio e la trappola dell’abbondanza

Viviamo con un paradosso solo apparentemente innocuo: l’abbondanza ci impoverisce. L’eccesso, la sovrapproduzione, l’accumulo non sono più indicatori di progresso o benessere, ma strumenti attraverso cui il desiderio viene manipolato, distorto e perpetuato. L’economia dell’inutile è oggi il motore silenzioso del consumo globale, alimentato da una rete invisibile di aspettative simboliche e rappresentazioni sociali. In questo scenario, due pensatori brillano per la loro lucidità profetica: Jean Baudrillard, sociologo e filosofo francese, e John Kenneth Galbraith, economista americano. I loro contributi, pur provenendo da contesti teorici differenti, si incontrano nell’analisi critica del consumo come costruzione sociale e nella denuncia della logica perversa che regge la produzione contemporanea.

Baudrillard osserva che nella società postindustriale non consumiamo per bisogno, ma per segni, per simboli, per differenziazione e appartenenza. Il consumo diventa un linguaggio, un codice che attribuisce valore simbolico agli oggetti e quindi alle persone. Comprare non serve più a soddisfare una necessità, bensì a confermare un’identità. L’economia dell’apparenza prende così il posto dell’economia della funzione. L’oggetto non vale per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta. L’automobile, il telefono, il capo d’abbigliamento, il brand alimentare, persino il gesto ecologico, diventano indicatori sociali prima ancora che strumenti d’uso.

Galbraith, già negli anni ’50, aveva intuito la deriva dell’affluent society, la società dell’abbondanza, dove la produzione non è più determinata dalla domanda, ma viceversa: è la produzione a creare artificialmente una domanda attraverso la pubblicità, il marketing, la pressione sociale. Questo è il concetto cardine della sua teoria sulla dipendenza indotta: ciò che desideriamo non è frutto di una libertà di scelta, ma il risultato di una precisa pianificazione culturale ed economica. Il desiderio viene costruito, educato, disciplinato affinché si conformi ai ritmi del mercato. L’eccesso di offerta produce un vuoto nel significato: più si ha, meno si desidera; più si consuma, meno si comprende.

L’inutile, allora, non è semplicemente superfluo: è funzionale al sistema. L’oggetto inutile è il più utile di tutti per il capitalismo contemporaneo, perché non risolve un problema ma ne crea altri, perché non ha termine, ma si rigenera incessantemente nel ciclo desiderio-acquisto-sazietà-frustrazione-nuovo desiderio. È una forma di alienazione moltiplicata e raffinata, che si mimetizza sotto la forma della libertà individuale. L’acquirente si sente libero, ma in realtà è eterodiretto. L’oggetto è la sua catena dorata.

Questo meccanismo produce una sovrapproduzione costante, che non risponde più a bisogni reali ma a un bisogno di differenza, di visibilità, di distinzione. Il prodotto non è fatto per durare, ma per essere sostituito. L’obsolescenza programmata, lungi dall’essere un problema tecnico, è un principio ideologico: ciò che non si consuma più non produce più valore. Anche il tempo libero è colonizzato da questa logica: non si tratta di riposarsi, ma di consumare esperienze, di performare il proprio tempo come se fosse un’estensione del lavoro, attraverso viaggi, eventi, abbonamenti, intrattenimento continuo. Nulla è lasciato alla gratuità, tutto deve essere funzionalizzato all’accumulo di emozioni, di status, di immagine.

Il paradosso dell’abbondanza è che essa genera scarsità: non materiale, ma simbolica, affettiva, cognitiva. Quando ogni cosa può essere acquistata, ogni desiderio viene svalutato. Quando ogni oggetto si presenta come necessario, nulla è più essenziale. La quantità annienta il significato. Eppure, proprio per questo, il sistema si autoalimenta: la frustrazione generata dall’inutilità del consumo spinge a consumare di più, nella speranza che un nuovo oggetto colmi quel vuoto che il precedente ha solo amplificato. Il desiderio è la leva, ma un desiderio che non ha mai pace, che non può essere soddisfatto perché strutturalmente costruito come mancanza.

Baudrillard ci mette in guardia dal credere che questa sia una degenerazione dell’economia, un problema da correggere: è la sua essenza profonda. Il sistema non si basa sulla produzione per il bisogno, ma sulla produzione del bisogno. Il capitalismo non vuole soggetti soddisfatti, ma individui eternamente inappagati, perché solo così possono continuare a desiderare. Il desiderio è stato espropriato, piegato, ricondotto a una funzione sistemica. L’homo consumens è l’evoluzione dell’homo economicus, e non ha più volontà propria: ha solo preferenze indotte, gesti automatizzati, scelte pilotate.

Galbraith insiste sul fatto che l’eccesso non è neutro. Ha un costo sociale, ambientale, culturale. La produzione inutile consuma risorse limitate, genera sprechi, aumenta la disuguaglianza. Le energie che potremmo dedicare a settori realmente vitali – l’educazione, la salute, la cultura, la coesione sociale – vengono invece deviate per sostenere l’inutile. La pubblicità, vero apparato ideologico dell’epoca contemporanea, non è un ornamento: è il cuore della macchina desiderante, la pedagogia della scarsità artificiale. Essa non ci informa, ci forma; non ci persuade, ci plasma.

In questa condizione, il cittadino si trasforma in consumatore, il tempo in prestazione, l’identità in brand. L’economia dell’inutile non è un eccesso del sistema, è la forma che il sistema ha assunto per sopravvivere a se stesso. È un’economia che, paradossalmente, ha bisogno del superfluo per non collassare. Non produce oggetti, ma sogni prefabbricati, emozioni preconfezionate, bisogni a tempo determinato. Il consumo non è più atto finale di una catena produttiva, ma l’atto fondante dell’esistenza sociale.

Il rimedio, se esiste, non sta in una retorica del ritorno al passato o in un moralismo dell’austerità. Ma in un nuovo sguardo critico. Un’educazione al desiderio, alla lentezza, alla qualità contro la quantità. Un’etica della durata, della sobrietà consapevole, della libertà dalle cose. Un consumo che torni ad essere scelta e non schiavitù, relazione e non prestazione, cura e non sostituzione. Ma tutto questo richiede uno sforzo collettivo: una nuova grammatica del vivere, capace di distinguere l’essenziale dal contingente, il desiderio autentico da quello indotto, la pienezza dalla saturazione.

Baudrillard e Galbraith non ci offrono soluzioni, ma mappe. Non predicano una rivoluzione, ma un risveglio. Ci mostrano il rischio di un mondo dove l’abbondanza di oggetti coincide con la desertificazione dell’esperienza. Dove più si possiede e meno si vive. Dove l’inutile diventa la misura dell’utile. Sta a noi, oggi, trasformare questa consapevolezza in prassi, questo sguardo in scelta, questa critica in libertà.

 

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