Sono sempre più convinto che nel mondo iperconnesso in cui viviamo, ogni decisione presa da un grande attore economico può avere ripercussioni che vanno ben oltre i suoi confini. Quando ho letto degli annunci sui dazi statunitensi, mi è subito stato chiaro che non si trattava solo di una mossa tattica, ma di un potenziale punto di svolta per le prospettive economiche globali. Non è tanto la singola decisione a fare la differenza, quanto la velocità con cui queste dinamiche si propagano nei mercati finanziari, nei flussi commerciali e soprattutto nelle aspettative degli investitori.
Come analista economico, ma anche come cittadino immerso in questo scenario fluido, mi rendo conto ogni giorno che le previsioni economiche stanno diventando strumenti fragili, continuamente messi alla prova dalla realtà. Le stime più aggiornate, seppur provvisorie, fungono da ancore in un mare mosso: offrono riferimenti utili per interpretare il contesto macroeconomico e aiutano a tenere la rotta, nonostante l’incertezza. Ed è proprio in questo contesto che ho aggiornato la mia view sui principali attori del sistema economico globale: Stati Uniti, Area Euro, Regno Unito, Giappone e Cina.
Partiamo dagli Stati Uniti, l’epicentro delle nuove tensioni commerciali. Secondo le mie ultime proiezioni, il PIL statunitense rischia di scendere sotto l’1% nel 2025. Una tale frenata, da parte di un’economia così interconnessa, è sufficiente a evocare lo spettro della recessione, quella condizione di “velocità di stallo” in cui un piccolo urto può bastare a far precipitare tutto. Ma ciò che mi colpisce di più è la divergenza tra crescita e inflazione. Prevedo infatti che l’inflazione core possa avvicinarsi al 4%, un livello che metterebbe in seria difficoltà la politica monetaria della Federal Reserve, stretta tra il rischio recessivo e la necessità di contenere i prezzi. A completare il quadro, immagino un tasso di disoccupazione che supererà il 5%, valore che non si vedeva da tempo se si esclude la parentesi del Covid.
Guardando all’Area Euro, la situazione appare meno drammatica ma comunque insidiosa. I dazi annunciati all’inizio di aprile, anche con la successiva pausa del 9 aprile, continuano ad avere un peso non trascurabile sulle prospettive di crescita. La mia previsione di PIL per il 2025 è stata rivista al ribasso, collocandosi sotto l’1%. Anche il 2026 non promette molto meglio, con una crescita appena superiore all’1%. È vero che ci sono elementi compensativi – penso al massiccio piano fiscale della Germania o agli investimenti nella difesa – ma al netto di questi fattori, il saldo resta negativo. La mia stima per l’inflazione dell’Area Euro si attesta appena sotto il 2% per fine 2025, ma cala nel 2026 in risposta a una domanda indebolita. La conseguenza più diretta è una maggiore accomodanza da parte della BCE: prevedo ora che il tasso di riferimento scenda fino all’1,75%, con due tagli aggiuntivi rispetto alla stima iniziale. Un segnale chiaro che l’Eurotower sarà costretta a sostenere l’economia con maggiore determinazione.
Il Regno Unito, da parte sua, sembra meno esposto nell’immediato, ma non immune. I dazi statunitensi dovrebbero comportare un incremento moderato dell’aliquota effettiva – di circa sei punti percentuali – anche se è probabile un ulteriore aggravio se verranno colpiti settori come quello farmaceutico. Proprio per questo ho alzato la mia stima base dell’aliquota al 7%. In termini macro, mi aspetto una crescita del PIL pari allo 0,5% nel 2025 e inferiore all’1% nel 2026. L’inflazione, che dovrebbe chiudere il 2025 intorno al 2,5%, risulterà lievemente superiore alle aspettative precedenti, per poi rientrare intorno al 2% nel 2026. La Bank of England, a mio avviso, proseguirà nella riduzione graduale dei tassi, con un taglio previsto per maggio e un tasso ufficiale che dovrebbe stabilizzarsi al 3,75% entro fine anno.
Il Giappone rappresenta un caso interessante. La mia revisione al ribasso sulla crescita lo colloca anch’esso sotto l’1% nel 2025. A pesare sono sia la minore competitività delle esportazioni giapponesi negli Stati Uniti, sia la contrazione economica generale nel blocco occidentale. Tuttavia, a differenza di altre banche centrali, la Bank of Japan è in una posizione unica: sta gradualmente inasprendo la sua politica monetaria, e credo che i tassi possano avvicinarsi all’1% entro fine anno. Questo crea uno scenario relativamente più favorevole per il futuro, ma solo se la frenata globale non si accentuerà.
Quanto alla Cina, le mie aspettative sono diventate decisamente più caute. La stima della crescita del PIL per il 2025 è stata rivista dal 4,5% a un livello vicino al 4%. L’impatto diretto dei dazi sulle esportazioni è solo uno dei problemi: pesa anche il deterioramento della fiducia tra consumatori e imprese e il rallentamento della domanda globale. Tuttavia, qui vedo anche margini di reazione. Le autorità cinesi, in un’ottica di sostegno attivo alla domanda interna, potrebbero mettere in campo stimoli fiscali significativi, specialmente a favore delle famiglie. Sul fronte monetario, mi aspetto un allentamento rapido da parte della banca centrale, con una riduzione dei tassi d’interesse già nel breve termine. L’inflazione, in questo contesto, resterà molto contenuta: la mia stima per l’inflazione core è dello 0,5% per fine anno, con quella complessiva addirittura più bassa.
Tirando le somme, mi trovo davanti a un quadro globale altamente disomogeneo, in cui le dinamiche commerciali guidate dai dazi stanno rimodellando gli equilibri economici con una rapidità che sorprende persino i più esperti. Le previsioni, in questa fase, non sono certezze, ma strumenti per rimanere vigili. Ogni Paese sta reagendo con strategie differenti: più fiscali in Cina, più monetarie in Europa, più conservative in Giappone. L’unico punto fermo, per ora, è che l’incertezza macroeconomica è diventata la nuova normalità. E come investitori, analisti o semplici cittadini, non possiamo che prepararci a navigarla con lucidità, consapevolezza e spirito critico.

