Nella storia delle istituzioni italiane esistono intrecci inaspettati che svelano un volto sorprendente del nostro patrimonio culturale. Così è per il legame tra Dante Alighieri e la Banca d’Italia, una relazione che si è rivelata con inattesa ricchezza in occasione del settimo centenario della morte del Poeta. In un’epoca dominata dall’attenzione verso le dinamiche economiche e finanziarie, scoprire che la Biblioteca Paolo Baffi, cuore culturale dell’Istituto, custodisce oltre un centinaio di titoli danteschi, fa riflettere su quanto la parola di Dante continui a circolare nei luoghi più insospettabili, nutrendo un senso di identità e di virtute e canoscenza che travalica secoli e confini.
La storia inizia nel 1894, anno della fondazione della Biblioteca della Banca d’Italia, istituita per raccogliere e ordinare i volumi disseminati nei vari uffici della Direzione Generale. In quel tempo, il Direttore generale Giuseppe Marchiori intendeva soprattutto garantire la custodia dei libri, in prevalenza opere di economia, finanza e statistica, coerenti con la vocazione dell’istituto. Eppure, fin da subito, tra quegli scaffali comparvero testi che nulla avevano a che fare con i bilanci o i mercati: classici della letteratura, trattati storici e persino commentari danteschi. Un fenomeno che non si spiega solo con la casualità, ma piuttosto con la vivace propensione all’interdisciplinarità che caratterizzava allora il sapere, tanto più in un’Italia da poco unificata e desiderosa di consolidare la propria cultura nazionale anche attraverso i simboli della sua grande tradizione letteraria.
Un capitolo singolare di questa storia riguarda proprio l’eredità della Banca Nazionale nel Regno d’Italia, confluita nel 1893 nella nuova Banca d’Italia. Tra i libri che accompagnarono questa fusione si trovava un curioso volumetto del 1874, i “Pensieri sulla Divina Commedia e il trionfo di Francesca Da Rimini” di Antonio Maschio, noto come il gondoliere dantista, un autodidatta veneziano che dedicò la sua vita a interpretare Dante, suscitando più tenerezza che ammirazione accademica. Quella piccola opera con dedica autografa rimase negli archivi, testimone di come la passione popolare per il Sommo Poeta avesse trovato spazio persino nei documenti patrimoniali di una banca.
Ma il vero impulso alla formazione di un nucleo consistente di testi danteschi si deve a figure di rilievo nella governance della Banca. Bonaldo Stringher, che guidò l’istituto per quasi trent’anni, fu non solo un raffinato economista ma anche Vice Presidente della Società Dante Alighieri. Il suo interesse personale traspare chiaramente dalle numerose opere su Dante entrate nella Biblioteca per suo impulso o ricevute in dono dagli autori, consapevoli di avere in Stringher un interlocutore sensibile. Fu lui a ordinare l’acquisto della monumentale edizione della Divina Commedia curata da Guido Biagi, pubblicata tra il 1924 e il 1929, che raccoglie i principali commenti antichi e moderni, arricchita da tavole iconografiche preziose, come i ritratti del Poeta tratti dai manoscritti della Riccardiana e gli affreschi di Luca Signorelli e Raffaello.
Sotto Stringher, la Biblioteca accolse anche i contributi di studiosi eccentrici e appassionati come Rodolfo Benini, grande statistico che si dilettava a svelare gli enigmi numerologici della Commedia, o di Francesco Paolo Cantelli, matematico e attuario, che dedicò complesse efemeridi astronomiche a dimostrare la cronologia esatta del viaggio oltremondano di Dante. Questi testi, spesso giunti come omaggi con dediche personali, raccontano di un ambiente culturale in cui l’economia non si sentiva estranea alla poesia, e la Divina Commedia poteva entrare, accanto a un trattato di politica monetaria, sugli scaffali di una biblioteca bancaria.
Il filo della storia prosegue con il Governatorato di Vincenzo Azzolini, negli anni cupi della seconda guerra mondiale. Mentre l’Europa bruciava, Azzolini non trascurò l’arricchimento del patrimonio bibliografico e promosse l’acquisto di preziose cinquecentine contenenti i commentari di Landino e Vellutello, ora custodite nel celebre “Salottino del Governatore”, insieme ad altri volumi rari che appartengono alla memoria non solo finanziaria ma anche artistica dell’Istituto. In un’epoca in cui i libri antichi correvano seri rischi di dispersione, queste acquisizioni rappresentarono un atto di tutela lungimirante.
Arriviamo così agli anni sessanta, quando, con la riforma amministrativa voluta da Paolo Baffi, la Biblioteca consolidò la propria autonomia, acquisendo nuovi criteri per la gestione delle collezioni. Curiosamente, questo cambio di passo coincise con le celebrazioni dei 700 anni dalla nascita di Dante, che favorirono l’ingresso di ulteriori volumi commemorativi. Di lì in avanti, il fondo dantesco della Biblioteca Paolo Baffi crebbe silenziosamente, fino a quando, nel 2020, il riversamento nel catalogo elettronico di tutto il patrimonio pre-1964 rese possibile una ricognizione completa: vennero così alla luce oltre cento titoli relativi a Dante, sorprendendo gli stessi bibliotecari per la ricchezza di un tesoro rimasto per decenni in ombra.
Le celebrazioni del settimo centenario della morte del Poeta, nel 2021, offrirono alla Banca d’Italia l’occasione di valorizzare questa eredità. Non si trattò solo di rendere omaggio a Dante con convegni e discorsi ufficiali, come fecero l’allora Governatore Ignazio Visco e il Direttore generale Luigi Federico Signorini a Ravenna e Firenze, ma anche di aprire materialmente al pubblico un patrimonio che era stato a lungo circoscritto alla fruizione interna. Così furono allestite tre mostre — due a Palazzo Koch e una virtuale sul sito istituzionale — che permisero di ammirare le edizioni pregiate, le tavole iconografiche, i commentari storici e persino una statua di Pietro Canonica, l’Abisso, proposta in versione esplorabile per i non vedenti con apposite tavole tattili.
Questa attenzione all’accessibilità, estesa anche a visite guidate per non udenti, dimostra come la funzione sociale della Banca d’Italia si sia manifestata anche in campo culturale, andando oltre la semplice esposizione di tesori bibliografici. L’idea di mettere Dante a disposizione di tutti ha restituito un senso profondo alla presenza di quei libri tra le mura di un’istituzione finanziaria, confermando che il lascito del Poeta — quel suo invito incessante a cercare “l’alto lume” della conoscenza — resta vivo persino dove si maneggiano cifre, grafici e politiche monetarie.
In definitiva, la storia del fondo dantesco della Biblioteca Paolo Baffi è un piccolo affresco dell’Italia stessa: un Paese che nelle sue istituzioni porta impressa la traccia di un umanesimo irriducibile, capace di convivere con la tecnica, la scienza economica e le sfide della modernità. È una storia che mostra come la grande poesia possa insinuarsi negli ingranaggi della finanza senza uscirne sminuita, anzi trovando nuovi spazi per illuminare l’animo umano.

