Il 5 settembre, in tutto il mondo, si celebra la Giornata Mondiale d’Azione per l’Amazzonia, una data che non può più passare inosservata né relegata a qualche post indignato sui social. Si tratta di un appello internazionale urgente nato dalle comunità indigene dell’Amazzonia, che da anni resistono e combattono per proteggere ciò che resta di una delle più grandi foreste pluviali del pianeta, minacciata da interessi economici senza scrupoli, politiche ambientalmente criminali e da una retorica che traveste la distruzione da progresso. Il nome alternativo, “Amazon Day”, non deve trarre in inganno per la sua apparente leggerezza anglofona: dietro questo appellativo si nasconde uno dei più drammatici e ignorati crimini ambientali del nostro tempo.
Gli incendi devastanti che dal 2019 hanno attirato, seppur temporaneamente, l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, sono solo la punta dell’iceberg. In quell’anno, si sono registrati oltre 74.000 incendi, un aumento dell’84% rispetto all’anno precedente. Ma più che numeri, sono vite cancellate, ecosistemi distrutti, specie estinte, comunità indigene costrette a fuggire o brutalmente attaccate. Ed è qui che si rende evidente l’intreccio insidioso tra crisi climatica e violazione dei diritti umani: proteggere la foresta significa difendere interi popoli che vi abitano e che, da secoli, custodiscono un sapere ecologico inestimabile.
La responsabilità di questa catastrofe ha un nome e un volto. Jair Bolsonaro, ex presidente del Brasile, ha contribuito ad alimentare una cultura di impunità e di sfruttamento sfrenato della foresta. Con la sua retorica anti-ambientalista, ha fatto passare le protezioni forestali e i diritti delle popolazioni indigene come ostacoli allo sviluppo economico, legittimando così l’espansione incontrollata dell’agroindustria. Il messaggio che ha mandato agli agricoltori e agli allevatori è stato inequivocabile: fate ciò che volete, nessuno vi fermerà. E così, le fiamme hanno cominciato a divampare, con incendi spesso dolosi, appiccati per “ripulire” nuove terre da destinare a pascoli o coltivazioni di soia. Soia che, sia detto chiaramente, non è destinata a sfamare la popolazione locale, ma a essere esportata per alimentare gli allevamenti intensivi d’Europa, Stati Uniti e Cina.
Il 5 settembre non è stato scelto a caso. È il giorno in cui si onora la memoria di Chico Mendes, storico sindacalista e attivista brasiliano assassinato nel 1988 per aver difeso la foresta e i suoi abitanti dalle mire espansionistiche dei latifondisti. Ma oggi, a raccogliere il suo testimone, ci sono i rappresentanti delle popolazioni indigene – donne, uomini, bambini – che con coraggio e tenacia continuano a difendere la loro casa, pur sapendo che questo può costare loro la vita. In prima linea ci sono organizzazioni come Amazon Watch, APIB (Articolazione delle Popolazioni Indigene del Brasile) e movimenti internazionali come Extinction Rebellion, che non si limitano a denunciare, ma promuovono azioni concrete, indagini dettagliate e campagne di pressione globale.
Infatti, la Giornata Mondiale d’Azione per l’Amazzonia non è solo una commemorazione, ma un momento di mobilitazione planetaria. L’obiettivo è chiaro: fare pressione prima dei vertici decisionali come il G7, l’Assemblea Generale dell’ONU o la Settimana del Clima, affinché i leader mondiali non continuino a ignorare quanto sta accadendo. Ma la protesta non deve fermarsi davanti alle sedi delle ambasciate brasiliane. Deve estendersi agli uffici delle grandi multinazionali che, con i loro investimenti, contribuiscono alla devastazione.
Nel 2019, Amazon Watch ha pubblicato un’inchiesta che ha fatto luce su un retroscena inquietante: molte delle aziende e dei gruppi finanziari più potenti del mondo – tra cui Cargill, ADM, BlackRock, JP Morgan Chase, Santander – sono direttamente o indirettamente complici della deforestazione. Lo sono perché comprano soia o carne da produttori legati alla distruzione della foresta, o perché finanziano queste attività con investimenti miliardari. In altre parole, la filiera della deforestazione arriva fino alle nostre tavole e ai nostri portafogli, e spesso senza che ce ne rendiamo conto.
Ecco perché è fondamentale partecipare, anche a distanza, alla Giornata Mondiale d’Azione. Non serve volare in Amazzonia per difenderla: possiamo farlo da casa nostra, con donazioni mirate a ONG serie e indipendenti, con pressioni sui nostri governi affinché interrompano gli accordi commerciali con il Brasile finché non verranno ripristinate le tutele ambientali, con scelte di consumo consapevole, evitando prodotti legati all’agroindustria distruttiva e premiando le filiere sostenibili.
L’Amazzonia non è un problema “locale”. È un bene comune planetario, il polmone verde della Terra, un regolatore del clima globale, un archivio vivente di biodiversità e un simbolo della nostra interconnessione con il mondo naturale. La sua distruzione accelera il caos climatico, provoca piogge torrenziali o siccità prolungate in altri continenti, altera i cicli atmosferici e mette a rischio la sicurezza alimentare globale.
Ignorare questa realtà è una forma di complicità. Eppure, l’Amazzonia resiste. Grazie ai suoi guardiani indigeni, grazie alle voci coraggiose di attivisti ambientali, giornalisti, scienziati, e grazie a chiunque scelga di alzare la voce, anche solo condividendo una notizia, firmando una petizione, educando le nuove generazioni alla responsabilità ecologica. Ogni gesto conta. Ogni parola detta può fare breccia nel silenzio che avvolge questa tragedia.
Oggi più che mai, non possiamo permetterci l’indifferenza. La Giornata Mondiale d’Azione per l’Amazzonia ci ricorda che non abbiamo un pianeta di riserva, e che la giustizia climatica non è un’utopia da salotto, ma una necessità vitale per le generazioni presenti e future. Lottare per l’Amazzonia significa lottare per la dignità umana, per il diritto alla vita, per la sopravvivenza collettiva.
E forse il più grande paradosso è questo: mentre i popoli dell’Amazzonia combattono per proteggere la loro foresta, è proprio la nostra inazione, il nostro modello di sviluppo, il nostro appetito insaziabile per carne, soia, petrolio e minerali, che ne minaccia l’esistenza. Forse dovremmo cominciare a guardare all’Amazzonia non più come a un luogo remoto da salvare, ma come a uno specchio della nostra coscienza globale. E chiederci: cosa resterà di noi, se permettiamo che bruci?

