Quando ci si avvicina alla vicenda personale e intellettuale di Diego Zandel, raccontata nel suo libro Autodafé di un esule, si ha la netta sensazione di entrare in un territorio dove la storia non è soltanto cronaca collettiva, ma diventa soprattutto confessione, rimorso, desiderio di espiazione. Quello di Zandel è un viaggio che attraversa le piaghe del Novecento e si addentra nelle pieghe più profonde della coscienza individuale. È la storia di un figlio di esuli fiumani, cresciuto nei campi profughi allestiti in Italia dopo la guerra, che si trova costretto a fare i conti con un’identità negata, sacrificata sull’altare di una militanza politica che per decenni ha imposto silenzi e rimozioni.
Il suo percorso si intreccia con l’oblio delle foibe, con la scelta – a lungo coltivata – di rifugiarsi in un’ideologia che appariva come baluardo contro i rigurgiti del fascismo, ma che lo ha condotto a chiudere gli occhi di fronte a un’altra forma di violenza e sopraffazione. Crescere figlio di un uomo che aveva combattuto nella Jugoslavia di Tito, salvo poi rigettare quel regime trasformandosi in un convinto anticomunista, non era un compito facile. Per Zandel, il rifiuto dell’esperienza paterna è stato quasi un gesto naturale di rivolta adolescenziale: un modo per costruire un’identità autonoma, scegliendo il comunismo proprio per opporsi a quell’autorità familiare che pure aveva intuito con lucidità la deriva totalitaria del sogno jugoslavo.
Ma dietro questa contrapposizione generazionale si nascondevano motivi ancora più profondi. A rafforzare il suo autoinganno erano infatti la militanza, le amicizie politiche, le relazioni sentimentali che finivano per saldare la sfera privata a quella collettiva in un intreccio quasi inestricabile. Con onestà spietata, Zandel parla di «obnubilamento, rimozione, abiura, anestesia politica»: termini duri, che raccontano quanto sia difficile riconoscere le proprie responsabilità quando si è immersi in un clima culturale che premia la fedeltà al gruppo e la cieca adesione a una causa.
Non è un caso che, per anni, egli stesso abbia considerato il dolore degli esuli e l’orrore delle foibe come un «dato irrilevante di pura provenienza», buono per le biografie private ma da non menzionare nelle arene pubbliche. In quegli anni, evocare la tragedia dell’esodo giuliano-dalmata o i crimini titini veniva guardato con sospetto, liquidato come argomento strumentale della destra, utile solo a ripulire le responsabilità del fascismo e a ribaltare il ruolo di vittime e carnefici.
Il riduzionismo era la regola: si parlava di «poche centinaia» di vittime italiane, confinate in un angolo scomodo della memoria, mentre i milioni di ebrei sterminati dalla follia nazista fornivano una misura insormontabile del male assoluto. Come se il dolore potesse davvero essere pesato, gerarchizzato, ridotto a competizione aritmetica. Nella sua giovinezza, anche l’infatuazione per ragazze slave contribuiva a creare una visione romantica della Jugoslavia, alimentata dal mito di una resistenza popolare che sembrava ancora viva, eroica, pura.
Il legame con la famiglia della moglie, comunista, riconoscente all’Armata Rossa per aver liberato il suocero dai lager tedeschi, rinsaldava un ambiente domestico dove mettere in discussione la retorica del socialismo sarebbe apparso quasi un tradimento personale. A questo si aggiungeva il fascino esercitato da figure come Enrico Berlinguer, percepito come garante di un comunismo pulito, autonomo da Mosca, capace di difendere i lavoratori senza piegarsi agli imperialismi. Poi c’era il Sessantotto, con il suo mantra rivoluzionario che esigeva di distinguere in blocco gli “oppressori capitalisti” dai “rivoluzionari”, senza sfumature, senza spazio per i drammi specifici delle minoranze calpestate.
Eppure la verità non è una presenza che si lascia cancellare facilmente. Anche quando si cerca di soffocarla, resta lì, come un tarlo, a lavorare nel profondo. E così, dopo anni di adesioni confuse a una galassia di comunisti, anarchici, socialisti, Zandel ha sentito crescere dentro di sé l’urgenza di una personale “uscita di sicurezza” dal totalitarismo. Non si trattava di rinnegare i valori di giustizia sociale o l’antifascismo – ai quali anzi continuava a sentirsi legato – ma di affrontare con coraggio la cecità ideologica che lo aveva portato a ignorare l’orrore accaduto vicino casa, contro la sua stessa gente.
La redenzione è arrivata tanto sul piano intellettuale quanto su quello affettivo. Si è trattato di un percorso verso la riconciliazione con il padre, un uomo che aveva combattuto prima per Tito e poi aveva compreso quanto quel regime avesse tradito l’idea di libertà. Ma la vera svolta è avvenuta attraverso un atto pubblico: la partecipazione a una rappresentazione teatrale che denunciava i crimini di un famigerato partigiano titino, Oskar Piskulic, torturatore e assassino di oppositori, mai condannato per questioni di giurisdizione. Quella messinscena è stata per lui una specie di catarsi, un modo di rompere definitivamente il silenzio e di gridare, anche simbolicamente, la verità dai tetti.
Quando oggi guarda indietro, Zandel parla di «anestesia morale». Non è un semplice esercizio retorico, ma il riconoscimento doloroso di quanto possano influire le appartenenze, la forza delle comunità politiche, la paura di mettere in discussione il proprio ambiente. È un monito attualissimo per chi ancora preferisce relativizzare o tacere. Perché, se c’è una lezione che emerge dal suo racconto, è che nessuna causa, per quanto apparentemente nobile, giustifica l’occultamento della verità. La tragedia delle foibe e l’esodo di istriani, fiumani e dalmati non appartengono a una fazione politica: sono una pagina della storia italiana ed europea che non può più restare confinata nell’ombra.
La sincerità spietata con cui Zandel rivela le proprie colpe, smaschera le giustificazioni di un tempo, fa del suo libro una testimonianza che non vale tanto per lo stile letterario – che egli stesso considera secondario – quanto per il suo valore morale. È la confessione di un uomo che non si accontenta di aver cambiato idea, ma sente la necessità di dichiarare pubblicamente la propria responsabilità.
Non tutti hanno questo coraggio. È molto più facile continuare a raccontarsi che la colpa appartiene solo ai grandi dittatori, alle trame oscure della storia, ai burattinai. Più difficile è ammettere di aver contribuito, anche in buona fede, a mantenere un silenzio che ha lasciato soli migliaia di compatrioti, scacciati dalle loro case, marchiati come colpevoli per il solo fatto di appartenere a una minoranza da liquidare.
Oggi il Giorno del Ricordo offre finalmente una cornice ufficiale che un tempo non c’era. Ma non basta fissare una data sul calendario per sanare una ferita profonda. La memoria ha bisogno di voci come quella di Zandel, di coscienze che trovino il coraggio di dire: «io mi sono sbagliato, io ho chiuso gli occhi». Questo è, in fondo, il senso del suo autodafé: una confessione che è insieme richiesta di perdono e atto d’accusa verso un intero ambiente culturale che ha preferito girarsi dall’altra parte.
Leggere oggi la sua storia significa riflettere non solo su quel passato, ma anche sul presente. Perché la tentazione di chiudere un occhio di fronte ai crimini “dei nostri”, pur di non dare ragione ai “nemici”, è sempre dietro l’angolo. Le identità collettive possono trasformarsi ancora oggi in gabbie che impediscono di riconoscere l’ingiustizia quando proviene dal nostro stesso campo. Il libro di Zandel diventa così un antidoto contro nuove forme di anestesia morale, che non si manifestano più solo in termini ideologici ma in ogni appartenenza che ci impedisce di accettare la complessità del reale.
La storia di questo figlio di esuli fiumani, cresciuto in un’Italia che faticava a fare i conti con quel pezzo di tragedia, sedotto dalle sirene del comunismo, travolto da legami sentimentali che lo incatenavano a quell’universo, e infine risvegliato da una scena teatrale che metteva a nudo l’orrore, ha una portata universale. È la dimostrazione di come le ideologie possano accecare, di quanto i sentimenti personali possano intrecciarsi con le grandi cause, di come la verità possa restare sepolta per decenni prima di trovare un testimone disposto a raccontarla senza filtri.
Ed è, in ultima analisi, una testimonianza di speranza. Perché dimostra che è sempre possibile, per chi ha davvero onestà intellettuale, fare i conti con le proprie colpe, cambiare rotta, scegliere la verità anche quando fa male. Questa è forse la forma più alta di libertà che possiamo concederci.

