Palio di Siena: la corsa che attraversa i secoli

Dall’antico pallium al Palio di Siena: la corsa che batte nei secoli

Il palio, parola che oggi evoca corse appassionanti, tradizione e identità collettiva, ha un'origine tanto semplice quanto affascinante: deriva dal latino “pallium”, che significava drappo. E proprio un drappo era, nel Medioevo, il premio simbolico per il vincitore di una competizione, non solo e non necessariamente equestre. Col tempo, quel pallium divenne non solo il premio, ma anche la denominazione della gara stessa e, per estensione, dell’intera festa che vi ruotava intorno. In questo breve viaggio nel tempo, percorreremo insieme le origini e l’evoluzione del Palio, focalizzandoci su Siena, dove questa tradizione ha raggiunto una delle sue forme più compiute e radicate.

Nel Medioevo il palio dei cavalli era la manifestazione per eccellenza dei liberi comuni del Nord e Centro Italia. Non vi era città importante che non ne organizzasse uno, da Udine a Roma, passando per Verona, Parma, Ferrara, Firenze e naturalmente Siena, dove prese forma una delle più affascinanti espressioni di devozione, competizione e teatralità pubblica. I Palii non erano soltanto eventi sportivi, ma veri e propri riti collettivi, nei quali la città si riconosceva come corpo vivo e partecipe, proiettando nel gesto della corsa i suoi valori, i suoi conflitti e la sua fede.

Il Palio alla lunga, la più antica forma di corsa senese, si svolgeva lungo un percorso lineare: partiva da fuori le mura, all’altezza della Porta Romana, e si concludeva davanti al Duomo. Era dedicato alla Vergine Assunta, celebrata come regina della città, e si correva il 15 agosto, al termine delle offerte votive alla Madonna da parte dei castelli e delle terre sottomesse alla Repubblica di Siena. Il documento più antico che ne attesta l’esistenza risale al 1239. Allora come oggi, la corsa era anche una forma di rituale sociale, tanto che al cavaliere giunto ultimo spettava un maiale, simbolo di scherno.

I cavalli erano i barberi – una corruzione di “berberi” – razza pregiata, appannaggio delle grandi casate italiane. Così ai palii senesi partecipavano i cavalli dei Borgia, degli Este, dei Malatesta, dei Gonzaga, dei Colonna e perfino di Lorenzo il Magnifico. A montarli, i fantini, spesso conosciuti con soprannomi bizzarri: Furaboscus, Fallatutti, Tremalmondo, Setachiappo, Pestaguerra, Zampogna... un microcosmo antropologico fatto di coraggio, furbizia, carisma e leggende metropolitane ante litteram.

La simbologia del pallium non era casuale: si trattava di un drappo prezioso, in seta ricamata, velluto o broccato, spesso foderato di pelliccia e decorato con frange e fregi d’oro e d’argento. Il Palio alla lunga fu celebrato anche in onore di altri santi, come il Beato Ambrogio Sansedoni, Santa Maria Maddalena, San Pietro Alessandrino e il Beato Agostino Novello. Questo Palio sopravvisse per secoli anche alla caduta della Repubblica senese nel 1559, ma fu progressivamente marginalizzato, fino alla sua abolizione definitiva nel 1874.

Con il declino delle cacce ai tori, nel tardo Cinquecento emersero nuove forme di competizione: i Palii rionali, organizzati all’interno delle Contrade per celebrare le proprie festività religiose. Si correva con cavalli, asini, bufale, muli. Il palio divenne così un rituale identitario di quartiere, e nel 1581 quasi ogni Contrada organizzava il proprio. Spicca la figura della pastorella Virginia Tacci, che corse per il Drago e fu premiata dal Governatore nonostante si fosse classificata terza: un esempio precoce di inclusione femminile in una società marcatamente patriarcale.

Nel 1605, per la prima volta, le Contrade corsero in Piazza del Campo in occasione di una bufalata celebrativa per l’elezione di Paolo V, che vinse il Bruco. L’evento fu un successo, grazie alla possibilità per il pubblico di assistere all’intera corsa dalla stessa arena. Da lì iniziò una lenta ma progressiva trasformazione topografica e simbolica: da un tracciato lineare alla tonda della Piazza del Campo. Le bufalate erano precedute da cortei allegorici, con alabardieri, carri mitologici, animali simbolici e costumi fastosi. Il clima era quello di una festa teatrale, quasi barocca, dove lo spettacolo e l’identità collettiva si mescolavano.

Nel 1633, a causa della peste, il tradizionale Palio dell’Assunta non poté essere corso dai barberi provenienti dalle corti italiane. La Balia di Siena decise allora di far correre un Palio alla tonda direttamente in Piazza del Campo con i cavalli delle Contrade. Il primo Palio moderno, insomma. Vinse la Tartuca, ma da lì in avanti, per decenni, le corse rimasero sporadiche. Solo nel 1659, con l’istituzionalizzazione del Palio del 2 luglio, le cose cambiarono. La corsa venne dedicata alla Visitazione di Maria a Sant’Elisabetta e al miracolo della Madonna di Provenzano. Da allora, il Palio si corre ogni anno. E da allora la regola fondamentale è immutata: vince il cavallo, non il fantino.

A partire dal 1660, il selciato della Piazza venne ricoperto di terra per motivi di sicurezza, e nel tempo si affermarono pratiche oggi ancora in vigore, come l’assegnazione dei cavalli a sorte e la redazione dei verbali ufficiali dell’evento. Dal 1692, grazie ai verbali, si conoscono con certezza tutte le Contrade partecipanti e vincitrici di ogni Palio.

Il Palio di agosto, detto “dell’Assunta”, ha invece una genesi differente: nacque nel 1701, come “ricorsa” proposta dalla Contrada dell’Oca per celebrare la vittoria del Palio di luglio. Venne autorizzata e corsa il 16 agosto, perché il giorno 15 era ancora dedicato al Palio alla lunga. Vinse la Chiocciola, e da lì altre Contrade imitarono l’iniziativa, portando alla nascita del secondo Palio annuale. Il Palio dell’Assunta è quindi una corsa collettiva “riparativa”, divenuta poi tradizione ufficiale.

Nel 1703, viene vietata la temibile “frusta di sovatto”, un frustino multiplo particolarmente violento, sostituito dal più “civile” nerbo, tuttora in uso. Memorabile la corsa del 1713, in cui Onda e Tartuca giunsero insieme al traguardo e si divisero il palio: un evento unico nella storia.

Nel 1721, si redige il primo Regolamento ufficiale, in 16 articoli, per fissare il numero massimo di 10 Contrade partecipanti. La selezione avviene per sorteggio, mentre le altre mantengono il diritto di partecipare al Palio successivo. Dal 1747, tutte e 10 le Contrade del Palio d’agosto vengono sempre estratte a sorte, mentre per il Palio di luglio resta il sistema misto (7 di diritto e 3 sorteggiate).

Nel tempo si codificano tutte le fasi preparatorie: dal sorteggio dei cavalli al cosiddetto ordine alla Mossa, inizialmente pubblico, poi segreto (dal 1950), per evitare pressioni e incidenti. Dal 1761, l’assegnazione dei cavalli si svolge davanti al Palazzo Comunale e dal 1788 anche l’ordine di partenza viene stabilito con sorteggio. L’ufficializzazione del Palio d’agosto arriva solo nel 1802, sancendo definitivamente l’annualità della doppia carriera (luglio e agosto).

Nel Novecento, i rituali vengono formalizzati ulteriormente: dal 1937, il sorteggio delle Contrade si svolge la domenica pomeriggio, con la cerimonia delle bandiere alle trifore del Palazzo Pubblico e gli squilli delle chiarine. Dal 1936, anche l’assegnazione dei cavalli torna pubblica. Tutto questo rende il Palio non solo una corsa, ma un cerimoniale condiviso, con fasi note, aspettate, ritualizzate.

Il Palio di Siena è oggi una delle più complesse e affascinanti espressioni culturali italiane. È fede, appartenenza, arte, memoria, politica, rivalità, emozione, strategia. Ogni fase, ogni passo – dalla tratta dei cavalli alla scelta dei fantini, dalla prova generale alla Carriera vera e propria – è scandita da riti, norme, usanze e segni simbolici, in cui l’intera città si riconosce. Nulla è casuale. Ogni gesto affonda in una storia plurisecolare, ogni decisione è il frutto di una memoria collettiva tramandata oralmente e regolata in modo minuzioso.

Siena non corre il Palio per i turisti: corre per sé stessa. E in quel drappo che ancora oggi si chiama Palio, fatto spesso da artisti contemporanei, si sintetizza secoli di storia, identità, dolore e orgoglio. Non è una corsa: è una liturgia laica, che si consuma in tre giri, ma vive tutto l’anno. Ogni Contrada è una piccola repubblica con la sua chiesa, il suo popolo, i suoi riti, i suoi bambini, i suoi anziani. E la corsa è solo l’apice, l’epifania, il momento di esplosione di una passione che dura 365 giorni.

Chi guarda il Palio con gli occhi del forestiero può percepire solo in parte la sua intensità. Chi lo vive da dentro sa che ogni vittoria è eterna e ogni sconfitta resta scolpita nella memoria. Il Palio non si spiega, si vive, come un rito arcaico che ha attraversato guerre, rivoluzioni, pandemie e modernità senza perdere la sua anima. E oggi come allora, tutto comincia da lì: da un pallium, da un drappo che vale più dell’oro.

 

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