LA PRESENZA CRIMINOGENA DELLA BUROCRAZIA ITALIANA

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Francesco Giavazzi, docente di economia alla Bocconi, e il giornalista di Repubblica Giorgio Barbieri, nel loro libro “I signori del tempo perso” edito da Longanesi, lanciano il loro j’accuse contro i primi responsabili del mancato sviluppo del Paese, cioè i burocrati.

Inutile prendersela con i politici, senza risolvere questo problema. In questo senso, se non criminali, vi sono sicuramente aspetti criminogeni nella presenza di questi signori e del sistema da essi costituito in Italia. E’ sufficiente leggere le cronache. Ad esempio, per parlare di una situazione di estrema emergenza, sui danni che la burocrazia ha procurato e, continua a farlo, fermando l’aiuto in forma di doni che singoli cittadini e imprese hanno invano fornito ai terremotati di Amatrice e dell’intera zona sconvolta dai terremoti di questi ultimi mesi. Ecco la burocrazia trincerarsi, infatti, dietro la esibizione della pletora di leggi, norme, regole, spesso contradditorie, oltre che inutili e nate a caso, com’è tipico in Italia, in seguito a episodi, false e poco meditate urgenze o sull’onda emotiva della pubblica opinione, a cui il legislatore spesso soggiace senza valutare i danni tecnici, umani e sociali del loro agire. Leggi, norme e regole alle quali i burocrati, nell’iter dei vari e infiniti passaggi si aggrappano, ciascuno frenando per la sua parte e rimandando al superiore per scansare da sé ogni rischio di responsabilità fino al fermo definitivo, magari rinviando ad altre competenze, per cui tutto si blocca, a meno che la mazzetta di turno o la connivenza con altri attori interessati a trarne profitto dalla situazione non ne decreti il destino, che può essere, come spesso è, l’insabbiamento definitivo.

Sono meccanismi sottili, sordi e sordidi, dal forte sapore kafkiano, che in Italia hanno trovato un terreno fecondo dove allignare e prosperare, diramandosi ovunque, trovando collusione poi con una giustizia a sua volta lenta e burocratizzata, andando così a colpire ogni aspetto della vita civile, sociale e soprattutto economica. Il che spiega, prima di qualsiasi altra causa, il freno posto alla crescita negli ultimi trent’anni in Italia, con il parallelo diffondersi della corruzione (la mazzetta, unico metodo per ovviare i vari passaggi, più timbri e firme più corruzione).

Giavazzi e Barbieri li spiegano molto bene nel loro libro, sottolineando anche come la politica, quando ci ha provato – negli anni 90 con Prodi al governo e la riforma Bassanini, e ultimamente con Matteo Renzi con la riforma Madia – sia stata sempre sconfitta dagli stessi burocrati che, pur di difendere il loro feudi di interessi, potere, privilegi, premi a pioggia e, spesso, opportunità di arrotondamenti illegali, non esitano a ricorrere ai mezzi più spudorati. “La tragedia” scrivono Giavazzi e Barbieri “è che tutto si svolge secondo regole che sembrano costruite col solo scopo di complicare e ritardare le procedure. Non a caso, ovviamente. Un motivo per tutti questi passaggi burocratici esiste e ha una sua razionalità: fare in modo che la forma, che lascia il potere di decidere nelle mani dei funzionari, prevalga sulla sostanza (anche perché il politico di turno non ha la competenza per decidere, dovendo per questo affidarsi a tali persone). In questo modo ottengono due risultati. Innanzitutto si evita che i funzionari si assumano alcuna responsabilità: firmano solo dopo che tutto è stato vidimato da altri. Inoltre occupano le loro giornate: se tutti questi passaggi non esistessero molti burocrati non avrebbero nulla da fare e quindi motivo di esistere" (dal che si deduce quanto la forte riduzione dei burocrati, se resta impossibile la loro scomparsa, farebbe risparmiare lo Stato e, quindi, i contribuenti: un autentico shock fiscale!).

Nel libro, ricco di esempi, viene portata la testimonianza dell’ex commissario alla spending review Cottarelli, al quale addirittura si nascondevano i documenti che richiedeva, qualora si rischiasse di minare il loro status di privilegiati. Si racconta anche quando il 16 ottobre 2015, di fronte a certe misure di contenimento dei costi proposte nella Legge di Bilancio dal governo Renzi (“dalla riduzione dei fondi per pagare i premi legati al risultato, cioè la parte variabile dello stipendio dei dirigenti pubblici, al taglio degli organici dei dirigenti del ministero” e così via) i burocrati – primo esempio nella storia - abbandonarono il tavolo della discussione. Ricatti e pretese che, basandosi su denaro pagato dai contribuenti, hanno forti sospetti di ladrocinio, facendo il paio con le 25 sigle sindacali che “tutelano” i dipendenti del Parlamento.

Ciò che più annichilisce è il fatto che i cittadini - anche perché molti, troppi di questi sono dipendenti pubblici - non hanno coscienza del peso che questa casta, compresa quella dei giudici costituzionali e di Stato, ha nei bilanci della Repubblica, mentre tutti preferiscono prendersela con i politici i quali, se hanno una qualche responsabilità, è tale solo nella misura in cui è connivente con essa e l’apparato elefantiaco e inefficiente che questa ha costruito, accettandone passivamente i diktat, invece di combatterla. Se non altro nella prospettiva degli enormi benefici che, oltre alle casse dello Stato, ne trarrebbe la vita economica, civile e sociale, indubbiamente più libera, del nostro Paese.