BANCA CARIGE, SALVEZZA SOFFERTA O EFFETTO MPS?

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Non c’è pace tra le banche italiane. E il dilemma è sempre lo stesso.

Un déjà vu. Peggio, una moda. Salvare le banche. Con un intervento governativo, con tanto di effetto domino o per gli obbligazionisti o per i contribuenti. Insomma, una linea di condotta che affonda l’esempio nella salvezza recente delle due banche venete (Antonveneta e Popolare di Vicenza).

Ancora non si conoscono le nuove strategie per attutire le passività della CariGe, forte banca di origine ligure, colpita da una crisi che è sfociata nei tempi recenti in accuse di truffa ai vertici e soprattutto nella mancata volontà di creare un paracadute da parte delle tre banche del consorzio di pre-garanzia (Deutsche Bank, Credit Suisse e Barclays): la ricapitalizzazione di 560 milioni di euro spetterà ai soci interni, in una scalata da Risiko di dimensioni più ridotte, tra chi comanderà nel futuro imminente e chi invece inevitabilmente verrà estromesso.

Certo, siamo lontani dalla gestione di Giovanni Berneschi, condannato a febbraio 2017 a 8 anni per aver truffato le assicurazioni del gruppo, ma proprio per questo la richiesta della Bce è stata perentoria: aumento del capitale di 560 milioni, richiesta cui s’è fatto fronte vendendo immobili di proprietà (pari a 107 milioni) e convertendo dei bond subordinati, che aveva suscitato l’appetito di alcune compagnie, ma di cui oggi ancora si sa poco nella oggettiva concretezza.

Con lo scioglimento delle Camere per via delle imminenti elezioni politiche in programma il prossimo 4 marzo, la situazione dell’istituto bancario genovese resta nella zona rossa, perché se da una parte l’intervento del governo è fermo all’ordinaria amministrazione (ma sarà così? Ci crediamo?) dall’altra la richiesta delle aspettative Bce (e degli investitori, ma anche dei contribuenti) s’è concentrata in una partita interna. Il vicepresidente della CariGe, Vittorio Malacalza, ha manifestato l’intenzione di accaparrarsi quote maggiori delle attuali.

Anche se poi un’altra soluzione c’è ancora, cioè l’intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi, ma non è questa la strada per il paradiso, perché così si continua a stressare l’intero sistema bancario italiano (fino all’esplosione finale).

In questo scenario non tramonta l’ipotesi di una ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato, con azzeramento degli azionisti e conversione delle obbligazioni subordinate in azioni. Del resto, come successe 2 anni fa per Mps. Come si noterà il corso e ricorso storico della cronaca bancaria è sempre più recente. E non sempre a lieto fine.