Soluzioni anti-crisi: le idee che contano nel Private Equity

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Le idee che contano nel Private Equity

Il mercato italiano del capitale di rischio ha ormai da alcuni anni raggiunto i livelli tipici dei paesi finanziariamente più avanzati, facendo registrare una continua crescita sia dal punto di vista quantitativo, cioè in termini di numero di operatori e risorse investite, che sotto il profilo qualitativo, quindi con riferimento alla professionalità degli investitori e al loro livello di specializzazione.

Al tempo stesso, sul fronte delle imprese, è necessario continuare a diffondere una corretta cultura del capitale di rischio, insieme alle indicazioni necessarie per poter instaurare un proficuo rapporto con gli investitori, finalizzato alla nascita, alla crescita e al rafforzamento competitivo del nostro sistema imprenditoriale.


Nel frattempo, però, le imprese vanno sostenute senza eccessivi timori dal sistema creditizio, in modo da dare respiro a un'economia che tenta con fatica di rilanciarsi.

Il sistema internazionale di regole sui requisiti patrimoniali delle banche sarà modificato da una riforma che manderà in pensione l'accordo 'Basilea 2' in favore del cosiddetto 'Basilea 3'. Tuttavia i tempi non saranno brevissimi: il nuovo quadro regolatorio entrerà in vigore a partire dal 2012, ma nel breve termine ci sono delle risposte da dare agli imprenditori che hanno 'sete' di finanziamenti e non riescono ad abbeverarsi a un rubinetto creditizio che gocciola appena.

Non a caso il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha chiesto al Comitato di Basilea di "completare tempestivamente il programma di riforme" per un "sistema bancario più solido" e in grado così di "sostenere la crescita economica nel lungo termine".

Dall'Abi, si auspica un nuovo patto tra intermediari e imprese, un tavolo di confronto allargato anche alle istituzioni per attenuare la prociclicita' di Basilea 2 che sta danneggiando l'industria e le Piccole e medie imprese.

Venture Capital o Private Equity?

L’attività di investimento istituzionale nel capitale di rischio viene generalmente definita con i termini anglosassoni venture capital e private equity. Pur essendo spesso utilizeconomiazati come sinonimi, il venture capital vero e proprio si riferisce al finanziamento dell’avvio di nuove imprese, mentre il private equity comprende le operazioni di investimento realizzate in fasi del ciclo di vita delle aziende successive a quella iniziale. È bene comunque precisare che, tra gli operatori del settore e sulla stampa specializzata, private equity è divenuto il termine utilizzato più frequentemente per indicare, in modo generale, “il mestiere” dell’investitore nel capitale di rischio. Gli operatori attivi in tale mercato vengono spesso definiti, genericamente, venture capitalist, indipendentemente dalla tipologia di operazioni che pongono in essere, o, meno frequentemente private equity investors, qualora ci si riferisca a soggetti focalizzati sulle fasi avanzate del ciclo di vita delle imprese.

L’obiettivo dell’investitore è quello di realizzare, nel medio termine, un importante guadagno di capitale (capital gain) attraverso la cessione della partecipazione acquisita.

Per guadagno di capitale si intende l’incremento di valore della partecipazione maturato dal momento dell’assunzione della partecipazione a quello della cessione e monetizzazione della stessa.

In generale, il buon esito dell’intervento è determinato dalla capacità dell’investitore di contribuire a creare valore all’interno dell’impresa, generando, così, nella maggior parte dei casi, ricchezza al tessuto economico del contesto territoriale dell’impresa e in alcuni casi del Paese.

Le caratteristiche del Venture Capital

Si tratta del tipico intervento di venture capital in senso stretto: per rendere concreta una nuova idea imprenditoriale, aspirante imprenditore e investitore privato o istituzionale entrano in società fin dalle prime fasi di vita della nuova attività.

L’intervento può realizzarsi sia al momento in cui esiste solo un’idea circa il nuovo prodotto o servizio da mettere sul mercato (seed capital), sia quando è già stata superata una prima fase di sperimentazione ed esistono le premesse per potere avviare un’impresa (start up).

Generalmente, in entrambi i casi, l’imprenditore apporta la propria idea e un ridotto ammontare di capitali, mentre l’investitore finanzia gli studi di fattibilità (qualora non siano ancora stati realizzati), e l’organizzazione della struttura produttiva, organizzativa e commerciale.

Entrambi i tipi di intervento implicano un elevato grado di rischio, dovuto all’assenza di una storia dell’attività di impresa. Il finanziamento costituisce perciò quasi una scommessa, da parte dell’investitore, sulla bontà dell’idea e del progetto e sulle capacità e volontà di affermazione dell’iniziativa, dimostrate dal portatore dell’idea e rappresentate dal business plan. In questo caso l’unica certezza deriva dalla storia personale delle persone coinvolte, che viene perciò analizzata e verificata attentamente attraverso un’approfondita analisi delle motivazioni e delle competenze nella specifica area di business.

Soprattutto a causa della ridotta disponibilità di capitale da parte del nuovo imprenditore, spesso l’investitore assume, in tali operazioni, almeno transitoriamente una posizione di maggioranza. Le condizioni per presentarsi con successo a un venture capitalist sono di primaria importanza.

Sebbene non esista un imprenditore ideale, alcuni aspetti legati al suo carattere e alla sua esperienza costituiscono dei requisiti indispensabili per attrarre l’attenzione dell’investitore:

  • la credibilità del proponente l’iniziativa;
  • il know how maturato nel settore in cui vuole operare;
  • la capacità di leadership;
  • il commitment nel progetto imprenditoriale;
  • la tendenza ad un discorso leale, aperto e trasparente.

L’intervento finalizzato del Private Equity

Le imprese già esistenti possono ricorrere all’investimento in capitale di rischio per espandere il proprio business, con l’obiettivo, ad esempio, di aumentare la capacità produttiva o di consolidare l’immagine del proprio prodotto/servizio attraverso l’ampliamento della propria quota di mercato e al fine di rimanere competitive in Europa e globalmente.

L’ampliamento della pressione competitiva, anche a livello geografico, richiede, infatti, sempre più il raggiungimento di dimensioni adeguate al contesto internazionale. In questi casi (expansion financing), l’investitore sarà interessato ad intervenire solo se ritiene che esistano buone prospettive per tale espansione in termini economicamente interessanti. In questa fase, l’azienda ha già dimostrato di riuscire a competere sul mercato con profitto, perciò il rischio di insuccesso, quantomeno totale, è più basso.

È quindi più facile “convincere” l’investitore, offrendogli informazioni di tipo storico, oltre che previsionale, utili per meglio capire e valutare le potenzialità dell’azienda nella quale egli si accinge a effettuare l’investimento.

Le esigenze finanziarie dell’impresa in funzione di un progetto di sviluppo, determinano la necessità di procedere ad un aumento di capitale sociale, sottoscritto, in tutto o in parte, dall’investitore privato o istituzionale.